I Mercury Rev sono molto popolari sopratutto nel panorama dell’alternative rock americano, quello legato agli anni novanta; è musica per palati delicati e ascoltatori attenti e il loro sound non si può dire che non sia impegnativo.

Attualmente ancora in circolazione, la loro forza è stata quella di presentarsi con un loro personale modo di interpretare la corrente più psichedelica dell’alternative, curando i loro lavori in modo ineccepibile, con grande professionalità e con un’idea tutta loro.

i Mercury Rev irrompono discograficamente nei primi anni novanta, in piena esplosione della musica grunge: nel 1991, Yerself is steam é il loro esordio discografico, un disco sospeso tra il pop, il rock e una certa melodia con innesti rumorosi e atipici, con spinte verso l’ambient ed il folk; è un po’ di tutto e di tutto un po’ ma con un’intenzione ben precisa.

Con i precedenti album, che coltivano il gusto dell’ esplorazione e della sperimentazione sonora, questo Deserter’s Songs, va a chiudere un percorso e segna la maturità artistica di questo gruppo, che concepisce le melodie come strade spirituali da gustare con ogni mezzo e con ogni tipo di suono.

Deserter’s Songs arricchisce il sound del gruppo con soluzioni orchestrali e con strumenti “inusuali” quali violini e tromboni; Johnatan Donahue e Dave Fridmann lasciano calare sulla loro creatura musicale un velo di surrealismo sonoro che li conferma fuori da ogni schema, ma nello stesso tempo capaci di essere potenzialmente catalogabili in qualsiasi genere musicale.

Holes e Goddes on a hiway riescono ancora in qualche modo ad orientare l’ascoltore nel mondo sonoro di Deserter’s Songs, ma accanto a questi due brani di riferimento, si apre un mondo magico e sconosciuto, sospeso tra nove brani che si avventurano in sentieri imprevedibili, cercando di interpretare a regola d’arte un certo tipo di psichedelia che pesca anche da quella floydiana degli anni settanta, condita con soluzioni sperimentali, il tutto in uno scenario dalle tinte di una cupa trama cinematografica.

The Happy End e I Collect coins sperimentano soluzioni con dissonanze e rumorosità ambientali, mentre Tonite it Shows e Endlessly tra theremin e aperture corali, filmano visioni sognanti.

Opus 40 prova a disegnare un andamento più ritmato e sembra mescolare la lezione dei Pink Floyd con l’approccio melodico di beatlesiana memoria.

La lunga The funny bird è uno dei pezzi più riusciti dell’album e sembra concentrare e semplificare allo stesso tempo lo stile del gruppo, offrendo un rock nervoso ed elettrico dove si innesta a dovere la voce filtrata di Donauhe.

Con Pick Up If You’re There ci immergiamo nella più profonda psichedelia e subito dopo con la conclusiva Delta Sun Bottleneck Stomp, riemergono melodie e ritmi più concreti e meno lisergici con una venatura tipicamente funk … ed é così che si chiude il disco …

Deserter’s non é un disco per tutti, ma é un ascolto pregiato che non può mancare al buon rocker. É un rinnegare qualsiasi genere musicale, ma nello stesso tempo in esso c’è un concentrato formidabile di tutto ciò che la storia musicale “in orbita” attorno al rock, é riuscita a collezionare e tramandare.

Nessuno ricorderà i Mercury Rev per questo disco, al contrario questo disco sarà ricordato perché é l’antologia artistica del gruppo che, ispirandosi sia al classico che all’alternativo, sopratutto quello made in Usa, ha forgiato uno stile tutto suo, qualitativamente elevato, di grande spessore dal punto di vista della ricerca musicale. Probabilmente solo i Flamings Lips possono essere capaci di navigare gli stessi sentieri musicali, così difficili, così particolari, troppo rarefatti e poco conosciuti al grande pubblico rock, ma spesso la buona musica, ha bisogno anche di questo, per non perdere di credibilità e per dimostrare che non basta ascoltare, bisogna anche riflettere, la musica ed un buon libro, in tal senso, hanno molte cose in comune.

I Mercury Rev hanno deciso di percorrere proprio questa strada … e probabilmente sono riusciti a dimostrare che fare musica é un concetto reale, infinito e personale …. é scrivere la colonna sonora della propria libertà interiore.

  1. Holes – 5:55 🤘🏼🤘🏼🤘🏼🤘🏼
  2. Tonite It Shows – 3:40 🤘🏼🤘🏼🤘🏼🤘🏼
  3. Endlessly – 4:25🤘🏼🤘🏼🤘🏼🤘🏼
  4. I Collect Coins – 1:27 🤘🏼🤘🏼🤘🏼
  5. Opus 40 – 5:10 🤘🏼🤘🏼🤘🏼🤘🏼
  6. Hudson Line – 2:54 🤘🏼🤘🏼🤘🏼
  7. The Happy End (The Drunk Room) – 2:06 🤘🏼🤘🏼🤘🏼
  8. Goddess on a Hiway – 3:45 🤘🏼🤘🏼🤘🏼🤘🏼
  9. The Funny Bird – 5:51 🤘🏼🤘🏼🤘🏼🤘🏼🤘🏼
  10. Pick Up If You’re There – 3:05 🤘🏼🤘🏼🤘🏼
  11. Delta Sun Bottleneck Stomp – 6:17 🤘🏼🤘🏼🤘🏼